
Molti lettori, ogni anno puntuali come un orologio, ci rivolgono la stessa domanda. Torneremo a vivere un inverno moscio? Rischiamo di trascorrere non solo le feste natalizie, ma buona parte della stagione sotto una cupola tenace di alta pressione? È un interrogativo che aleggia sempre, un po’ come quella nuvola che rovina l’attesa della neve.
Cosa sta accadendo
Feste o non feste, per l’atmosfera non cambia nulla. Il 25 dicembre non ha alcun privilegio meteorologico e il primo gennaio non inaugura certo una nuova dinamica. Detto ciò, qualcosa di interessante sull’emisfero lo notiamo: negli ultimi mesi si sono moltiplicati segnali favorevoli alle irruzioni fredde, indizi climatici che lasciano intravedere discese gelide verso l’Europa meridionale e configurazioni in grado di innescare persino stratwarming importanti.
Sulla carta sembra tutto lì, pronto ad aprire la porta all’inverno “vero”. Eppure, tra una mappa e l’altra, si insinua la solita ansia. Il timore che tutto finisca per tradursi nell’ennesima stagione mite, un inverno avaro di neve e di emozioni. Capita spesso. E non è solo suggestione.
L’Anticiclone delle Azzorre
Al centro della scena c’è lui, l’Anticiclone delle Azzorre. Una figura barica che da sempre plasma lo scacchiere europeo, nel bene e nel male. In inverno diventa uno dei cardini della NAO, la North Atlantic Oscillation, quel grande “pendolo” che orienta – almeno a grandi linee – il tipo di inverno che vivrà l’Europa.
Gli studi non mancano. L’anticiclone esiste da sempre, certo, ma nell’era industriale e soprattutto post-industriale ha mostrato un’espansione anomala, una crescita che negli ultimi decenni ha cambiato molte carte in tavola. Un fenomeno che abbiamo già analizzato e che continua a sorprenderci per portata e persistenza.
Cosa si osserva adesso
Quando l’alta pressione si allunga verso nord e nord-est, finisce per occupare la Penisola Iberica, il Mediterraneo occidentale e una fetta di Europa sud-occidentale. Il risultato? Le perturbazioni atlantiche vengono deviate e sulla scena compare aria mite e secca di origine subtropicale. I famosi anticicloni mangia-inverno, come molti li chiamano. Etichette colorite, ma che rendono l’idea.
Il meccanismo fisico è noto: l’espansione della cella di Hadley. Una circolazione tropicale-subtropicale che, in un pianeta più caldo, tende ad allargarsi verso i poli. Un processo quasi intuitivo: più calore alle basse latitudini, maggiore capacità delle masse d’aria subtropicali di invadere le medie latitudini. È ciò che accade in estate con le ondate di calore interminabili, ed è ciò che osserviamo d’inverno nella cronica scarsità di irruzioni fredde di lunga durata.
Colpa naturale o antropica?
Quando l’alta pressione domina uno o due mesi, restiamo ancora nel perimetro della variabilità naturale. Lunghi periodi anticiclonici esistevano anche secoli fa, seppur raramente – uno o due inverni per secolo, magari uno ogni vent’anni.
Ma se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 50 anni, il quadro cambia radicalmente. Gli inverni risultano più miti, le piogge diminuiscono, i blocchi anticiclonici diventano più frequenti e tenaci. La statistica parla chiaro. E non è un caso: la componente antropica del Riscaldamento Globale pesa, eccome. Insomma, diciamolo, la responsabilità non è solo della natura.
Un fenomeno globale
Ciò che osserviamo sul Mediterraneo non è affatto un’eccezione. Succede in regioni simili sparse nel mondo. Non siamo un’anomalia sfortunata, né il freddo “va sempre da un’altra parte”, come spesso si legge sui social. Sì, gli Stati Uniti continuano a sperimentare ondate gelide più frequenti rispetto a noi, ma questo accadeva anche in passato. Il pattern non è cambiato per loro più che per noi, semmai sta cambiando per entrambi.
Quasi ovunque gli anticicloni subtropicali si rafforzano e si spostano, sottraendo piogge e nevicate preziose proprio nei mesi in cui servirebbero di più. Una trasformazione lenta ma costante, che ridisegna le stagioni e mette alla prova ecosistemi e società.
Crediti:
ECMWF
Global Forecast System – NOAA
ICON
AROME
ARPEGE
IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change
Copernicus Climate Change Service – C3S
NASA Goddard Institute
American Meteorological Society
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